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"all'arte non tocca la ricerca della bellezza, ma della verità" Edoardo Sanguineti

 

Antonino de Masi. Il potere dei senza potere

Nel contesto di crisi di identità che da anni affligge l’Italia e l’Europa, quello che ci preme indagare e su cui vorremmo si interrogassero gli spettatori, riguarda il rapporto tra l’«io» e il potere.

 

Per questo portiamo in scena una storia in cui l’«io» sembrerebbe condannato all’irrilevanza, divenendo invece il perno e il protagonista della vita pubblica. Perché, citando Havel, «tutti coloro che vivono nella menzogna ad ogni momento possono essere folgorati dalla forza della verità» con esiti imprevedibili sul piano sociale: «nessuno sa quando una qualsiasi palla di neve può provocare una valanga».

 

Il punto di partenza è il racconto epico dell'avventura di Antonino De Masi. Tre interpreti, attraverso lo straniamento e l’ironia, porteranno in scena i diversi “attori” della storia in un mondo alla rovescia.

 

Antonino De Masi è un imprenditore della Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria.

Questo è tutto quello che avrebbe voluto essere, un imprenditore. Lavorare e far crescere le proprie aziende per contribuire a dare un futuro alla propria terra.

Ma Antonino si è presto dovuto accorgere della distanza che passa fra il volere e l’essere.

Nel corso degli anni, ha dovuto scontrarsi con le cosche della 'darangheta che gli hanno regalato raffiche di mitra - tra le altre cose - lasciandogli in eredità una scorta e l'esercito a presediare costantemente la sua impresa. Con il tempo la sua azienda viene identificata come l'azienda vicino allo stato, alle istituzioni. L'azienda che denuncia e che prende parte ad importanti operazioni antimafia che porteranno all'arresto importanti esponenti delle famiglie più potenti della Piana di Gioia Tauro.

E a quel punto il territorio si è rivoltato. No, non contro le ndrine, ma contro Antonino. Perché ha fatto arrestare gente che teneva famiglia e la famiglia da queste parti conta. E poi ha infangato il territorio. Lui. Eh sì, perché in una terra abituata a chiamare compare “il mafioso di turno” portandogli rispetto, camminandoci a braccetto, ossequiandoli pensando di acquisire potere, come potrebbe andare diversamente?

Perché in una terra dove l'ndrangheta detta le leggi - dandosi un bel da fare affinché queste leggi vengano rispettate - il vero latitante è lo Stato.

Insomma, in un terra come questa è chiaro a tutti che per sopravvivere si deve essere dalla loro parte. E così, come troppo spesso accade, viene lasciato solo dalla società civile, che forse tanto civile non è.

 

Il problema è che Nino è giovane e vuole cambiare il modo. Crede che la realtà sia o bianca o nera e che i confini siano facilmente rintracciabili. E invece comprende presto che il nero è anche dove non te l’aspetti. Anche tra le cifre degli estratti conto bancari.

Ora, siccome Nino è giovane e vuole cambiare il mondo, decide di sfruttare le opportunità offerte dalla legge 488, che nel 1992 ha di fatto sostituito la vecchia Cassa del Mezzogiorno, avvia nel quinquennio 1996-2001 una grossa serie di investimenti. Nel porto di Gioia Tauro appunto.

I ritardi e gli intoppi nell’erogazione dei fondi della 488, la cui gestione, tra valutazioni delle pratiche ed emissione delle varie tranche di finanziamento, fu affidata dal Governo proprio agli istituti di credito, hanno costretto la ditta De Masi a ricorrere largamente al credito bancario. Ma i conti, a controllarli bene, non tornano. I tassi di interesse e gli altri “costi” imposti (soprattutto la commissione di massimo scoperto) sembrano superare tutti i limiti previsti dalla legge 108/1996. La legge sull’usura.
La ditta De Masi si ritrova a pagare oneri finanziari per 6 milioni di euro su linee di credito di 12, 13 milioni. Nino reagisce, poco importa se davanti non ci sono gli ’ndranghetisti della Piana ma i colossi bancari italiani: nel 2003 presenta un esposto in Procura. Quattro anni dopo il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, il presidente della Bnl, Luigi Abete, e l’ex presidente della Banca Antonveneta, Dino Marchiorello, vengono rinviati a giudizio dal Gup del Tribunale di Palmi, Carlo Alberto Indellicati, insieme ad altri otto tra funzionari e dirigenti dei tre istituti di credito, fino a quando, nel 2011, la sentenza di Cassazione conferma che usura c'è stata.

Ma non finisce qui. A sfibrarlo, ci smette anche la burocrazia di Stato che, dopo ben 14 sentenze del Tar e del Consiglio di Stato a lui favorevoli non gli riconosce ancora il diritto all'erogazione del fondo di solidarietà previsto per le vittime di racket e usura. Glieli dovrebbero dare, ma non glieli danno. Niente da fare, De Masi è l'uomo delle prime volte... e per la prima volta in Italia ottiene una sentenza con la quale viene commissariato il commissario antiracket.

La storia non finisce qui, perché in contenzioso si apre con Bankitalia e tutto questo mentre De Masi continua a lavorare e a brevettare nuove macchine, mettendo fortemente in discussione l'idea di “crisi industriale” e della “necessità di aiuti straordinari”, perché quello che serve davvero è far funzionare l'ordinario.

 

La scelta di leggere e riportare questa storia attraverso il filtro di Václav Havel, nasce dal fatto che anche per l'autore del testo Il potere dei senza potere, molto spesso l’azione di “dissenso” consisteva nel reclamare semplicemente l’applicazione delle leggi. Ci sembra che il paradosso nel nostro paese risiade proprio in questo e nella rinuncia da parte degli individui che ciò possa essere considerato anormale.

 

Ma cosa succede quando l'individuo mette al centro la propria dignità e nel farlo si riappropria della sua responsabilità individuale?

di Rosanna Magrini

con Lorenzo Bartolini, Elisa Proietti, Stefano Tognarelli 

musiche Alfonso Belfiore

allestimento tecnico Caterina Simonelli

organizzazione Annastella Giannelli

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rassegna stampa